Studio Dott. Righetti & Associati

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Il segreto bancario perde i pezzi


Ieri la decisione di puntare su una maggiore trasparenza. Ora la Svizzera sotto pressione
 

Liechtenstein vacilla. Andorra e Belgio gettano la spugna

Il segreto bancario perde i pezzi. Liechtenstein, Andorra e Belgio hanno comunicato ieri di voler seguire la strada di una maggiore trasparenza. E anche la Svizzera comincia a dare adesso segni di cedimento.
La giornata è iniziata con la decisione del Liechtenstein di collaborare in materia di evasione e frode fiscale: il Principato, che figura dal giugno 2000 sulla lista nera dei paradisi fiscali stilata dall'Ocse, insieme a Monaco e Andorra, proporrà agli Stati interessati di concludere accordi bilaterali. Vaduz ha pubblicato una dichiarazione in cui indica di voler accettare gli standard di trasparenza e di scambio di informazioni dell'Ocse in materia fiscale e aggiunge che sosterrà i provvedimenti internazionali in caso di non rispetto delle regole. Il segreto bancario non potrà essere utilizzato per coprire la criminalità fiscale. Il governo ha annunciato che le trattative con la Germania inizieranno oggi, mentre un tavolo con la Gran Bretagna sarà aperto agli inizi di aprile. "Siamo consci delle nostre responsabilità come parte di un area economica globalmente integrata" ha dichiarato il primo ministro uscente Otmar Hasler. "Con la dichiarazione di oggi (ieri, ndr) stiamo dando il nostro contributo a una soluzione concordata che renderà possibile un rafforzamento efficace delle cause portate avanti dalle autorità fiscali estere e, allo stesso tempo, tiene conto degli interessi dei clienti del nostro centro finanziario", ha aggiunto Hasler. L'anno scorso suscitò forte scandalo in Germania la scoperta che 1.400 evasori fiscali, in buona parte tedeschi, avevano occultato fondi al riparo del segreto bancario del Liechtenstein.

Anche Andorra ha deciso di abolire il segreto bancario entro novembre 2009 in modo di uscire dalla lista dei paradisi fiscali. Il primo ministro, il liberale Abert Pintat, si è impegnato a fare approvare dal governo entro il primo settembre e dal parlamento entro il 15 novembre un progetto di legge che abolisce il segreto bancario nel quadro di accordi bilaterali di scambio di informazioni fiscali.

Non appena approvata la legge, il principato, ha indicato Pintat, proporrà ai suoi partner, e "prima di tutto alla Francia" di firmare un accordo bilaterale di scambio di informazioni fiscali. La dichiarazione che formalizza l'impegno andorrano è stata firmata martedì a Parigi in presenza di un rappresentante del coprincipe francese, che è attualmente Nicolas Sarkozy, e del consigliere fiscale del primo ministro François Fillon.

E veniamo al Belgio che si appresta, anch'esso, ad allentare il segreto bancario. Lo ha annunciato il ministero delle Finanze belga Didier Reynders. Parlando al parlamento, Reynders ha detto che il Belgio entrerà "nel sistema di scambio delle informazioni" per la fiscalità sui risparmi, in vigore tra gli altri partner europei. Con il Lussemburgo e l'Austria, il Belgio aveva deciso di restare fuori dal sistema di scambio delle informazioni, introdotto a livello Ue dal 2005, optando per l'applicazione di una ritenuta alla fonte sui guadagni da risparmi.

Tutte queste decisioni avranno probabilmente l'effetto di far vacillare la Svizzera, ferma a difesa del proprio sistema bancario. Dopo l'annuncio del Liechtenstein di voler collaborare in materia di evasione e frode fiscale accettando gli standard dell'Ocse, la situazione potrebbe essere "più difficile per la Svizzera", ha ammesso a Berna il presidente della Confederazione elvetica e ministro delle finanze Hans-Rudolf Merz. La pressione è cresciuta, ha detto Merz ai microfoni della Radio svizzera. "Devo analizzare le implicazioni della decisione del Liechtenstein ed esprimerò il mio giudizio domani (oggi, ndr)", ha aggiunto.

La Svizzera e il suo segreto bancario sono come noto nell'occhio del ciclone. Numerosi paesi, e in particolare Francia e Germania, chiedono maggiore collaborazione nel quadro della lotta all'evasione fiscale, pena l'iscrizione del paese nella "lista nera dei paradisi fiscali" dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Secondo indiscrezioni dei media, una lista provvisoria dell'Ocse di paesi che non collaborano conterrebbe una trentina di nomi tra cui quello della Svizzera. In vista del vertice del G20 che dovrebbe pronunciarsi in merito, Berna ha a più riprese ribadito che il paese non è un'oasi fiscale e che, pur senza rinunciare al segreto bancario, è pronto a discutere.

Articolo scritto da Giovanni Galli tratto dal quotidiano "Italia Oggi" del 13 marzo 2009, pubblicato su espressa autorizzazione.

Un assalto con toni accorti per non bruciare ricchezza

Segreto bancario addio. Ma con giudizio. E pensando anche al passato. Lo scenario che si potrebbe delineare nel momento in cui anche gli ultimi stati irriducibili dovessero soccombere alle pressioni internazionali è micidiale. Non vi è dubbio come in tema di crisi finanziaria ogni stato cerchi di fare la propria parte cercando di carpire i segreti altrui per beneficiarne in proprio. Bene, nulla da ridire. Ma si dubita fortemente che si possa arrivare a un'apertura totale. Si arriverà di certo a un compromesso teso a superare il particolare momento di tensione. Distinguere come fa la Svizzera tra evasione fiscale e frode non è facile anche se, in verità, chi evade non commette altro che un atto criminale proteso precipuamente a pagare meno imposte. Eppure la fuga verso paesi accondiscendenti a volte è dovuta dalla eccessiva pressione fiscale esistente nel paese di origine; come si è verificato e si verifica in Italia. Non sono bastati i condoni del passato in quanto incompleti a far rientrare i capitali depositati all'estero anche se a fronte di una aliquota (eccessivamente) bassa. Troppe erano le gabbie in entrata in uscita da convincere i piccoli e medi imprenditori a lasciare reintrodurre il loro gruzzolo. È vero che la futura lista dei paesi cosiddetti canaglia sarà diversa da quella attuale. Il riformulato art. 168-bis del Tuir, siccome introdotto dalla legge finanziaria n. 244/2007, ha puntato tutto a centrare i paesi che non consentono un adeguato scambio di informazioni. Espressione questa che da sempre ha sollevato forti ambiguità al pari della tassazione sensibilmente inferiore. L'Italia ha preferito percorrere una strada diversa e forse meno invasiva di quanto ora non stanno facendo con pressioni inusitate Francia, Germania e Usa. Si prevede una lista nera nella quale far confluire tutti quei paesi non collaboratori e poi ci si regola a livello di tassazione o a prevedendo una forte dose di massiccia indeducibilità dei costi. Sono sanzioni indirette che non vanno tuttavia a toccare alla radice la lesione del segreto bancario: ogni stato ha il suo sistema di protezione che non viene infranto. Laddove si operi in questi territori basterà applicare le aliquote massime di tassazione ed il gioco o, meglio, la coscienza è a posto. Ma pensare ora di abolire alla radice il segreto bancario è un'utopia operativa senza correttivi di supporto.
Occorre infatti essere pragmatici. Nel mondo esiste una componente non irrilevante di scambi commerciali che avvengono in modo sotterraneo. Questi scambi vengono regolati mediante transazioni finanziarie di rilevante importo. In Italia poi il cosiddetto «nero» è tessuto e costume inestirpabile se non attraverso azioni di contrasto che rischiano di creare danni irreversibili senza adeguati correttivi. Colui che porta i soldi all'estero nei forzieri di quegli stati canaglia li ha a sua disposizione dopo aver effettuato transazioni senza fattura o con documenti alterati perché il sistema cogente in Italia è questo; perché i distretti operativi degli stati sono diversi l'uno dall'altro per cultura imprenditoriale e per altro. Veramente si può dunque tranquillamente affermare che un terzo del nostro prodotto interno lordo dato dal "nero" possa sbloccarsi come d'incanto solo perché si possono ottenere informazioni dagli stati destinatari delle ricchezze?

Forse è vero il contrario: tutte queste risorse finanziarie che fine potranno fare? Aumenteranno i consumi o forse qualche guaio lo si avrà anche in termini economici?

Una cosa è certa: gli imprenditori, a corto di danaro finanziato, stanno cercando di riportare indietro quello esistente altrove. Ma non si accorgono che il sistema dello spallone al contrario non è premiante né seriamente ipotizzabile giacché o si alimenta il circuito del nero o non sarà possibile depositare tale denaro. Ben venga dunque l'assalto a questi anomali forzieri ma con accortezza anche per evitare di introdurre trasparenza per situazioni cristallizzatesi nel passato. Laddove il principio del libero affidamento non è aggirabile. Sennò si rischia di creare panico e di bruciare quella ricchezza che, seppur schifosa, potrebbe ancora fare comodo. Specie di questi tempi.

Articolo scritto da Giuseppe Ripa tratto dal quotidiano "Italia Oggi" del 13 marzo 2009, pubblicato su espressa autorizzazione.

 

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